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MODIGLIANI

  • Immagine del redattore: foglia grafica ventodistrada
    foglia grafica ventodistrada
  • 3 mar 2016
  • Tempo di lettura: 3 min

In questi giorni all'Alfieri va in scena il ritratto torbido del retroescena erotico della vita parigina di Amedeo Modigliani, che all'artista fa riferimento solo con una frase: si racconta che disse di non voler copiare la realtà, ma di volerla creare. Del resto, nel guazzabuglio di ombre dovute a povertà, malattia e bagordi di questa rappresentazione, si scorge a malapena il tentativo frustrato di un mercante mancato che sembra rimpiangere di non essere stato in grado di produrre art&craft. Si sarebbe potuto intitolare questa pièce con più pertineza: per esempio "Le donne di Modigliani", oppure "Tutto il gossip su Modì", o anche "La vie erotique du peintre M(au)di(t)". Tant'è.

Testimonial della scena potrebbe essere Giulia Carpaneto, l'interprete di Kikì, che pare essere stata la squillo preferita del pittore. La sua voce stridula e al tempo stesso un po' atona scompare facilmente, lasciando in evidenza il suo corpo lungo, il volto liscio e lo sguardo inespressivo, caratteri tipici dell'opera di Modigliani. Del resto le linee quasi geometriche dei suoi ritratti si intravedono nelle traiettorie azzardate delle scorribande amorose, mentre il silenzio neutrale negli sfondi delle sue tele che metteva così bene in evidenza la tenerezza dei volti che ritraeva indicava proprio il velo illusorio misto di disorientamento e lussuria protagonista di questo spettacolo. Ma nulla del pathos e dell'intensità dei suoi quadri, che venivano proiettati in controluce, si riconosceva nella storia dell'ombroso superficiale che si è vista sul palco. Non fantasia al potere, non creatività o romanticismo, ma dispettosa ostentazione del vizio e cinismo piccolo borghese che si infiltra nelle peighe del tempo e produce l'aberrazione di un'enorme bugia.

Mostruoso, insensibile, fallito ed inerme, ne emerge un uomo con il culto della propria persona e del proprio sesso, facinoroso, grottesco, Un personaggio scandaloso che sembra millantare di libertà, bellezza, verità e amore (come celebrato sul cartellone del teatro Quirino di Roma dove andrà in scena dal 12 marzo) entre attira nell'ombra dei giochi di potere. Il pubblico esasperato dalla freddezza di un quotidiano che sembra perdersi tra le rotaie dei tram dell'anomia cittadina è sensibile al richiamo ingannevole di un'illusione che sfonda i propri connotati con la vergogna dell'individualismo che si perde nelle allusioni fitte di volgarità.

Non è l'intensità, la profondità dell'arte e la ricerca del significato nel segno quello che è narrato, ma la menzogna dello spacciatore che cerca di attirare nel bordello. Non è la sensibilità dell'amore ciò che si vede, ma il cinismo di una sessulità spregiudicata che fa i conti con la monetizzazione e l'incivilimento. Non è la mistica dell'ispirazione a celebrare il protagonismo, ma la banalizzazione di uno stereotipo serializzato che ne corrode la genuinità. Ne abbiamo visti rappresentati ormai a bizzeffe di pseudo eroi romantici, belli e tenebrosi, che si sono persi nell'oscurità della propria vanità. Abbiamo avuto il tempo di riconoscere ormai da tempo che la povertà del bohemièn è fredda e triste per davvero, abbiamo saputo da un pezzo che la tossicodipendenza non gode, nonostante le donne nude. Adesso basta! Basta bugie, basta decadenza. Basta farlocchi che inducono a rinunciare a credere nella propria dignità di cittadini integrati e attivi favore di una speranza di coccole e amore introversa e mendica. Non vogliamo più vedere la volontà di potenza spacciata e fritta nel calderone di un maschilismo cinico che non ha il rispetto dell'amore ma soltanto l'ostentazione della virilità.

Vogliamo riconoscere la dignità dell'originalità che smuove in noi le corde dell'espressività e compone con i colori la musica dell'emozione. Vogliamo poter capire il senso della poesia, apprezzare la scelta di vivere in armonia la meraviglia del coraggio e celebrare la vittoria dell'dealismo che si esprime nella forma. Vogliamo conoscere l'artista per la sua capacità di comporre con l'essere nella sua sostanza e non dover più assitere al parossimo del fallimento della sua normalità. Vogliamo conoscere la sua soddisfazione nel momento in cui ha creato e l'orgoglio del rispetto che ha vissuto. E dimenticare la sofferenza del suo sentirsi diversamente abile, non rinfacciarcela più, in modo tale da non seguirla e inseguirala come se fosse la traccia per la celebrità. Vogliamo sentire il calore della sua passione e non la freddezza della sua promiscuità. E' un nostro diritto.

Ecco perchè, dopo averlo visto, non consiglierei questo spettacolo a nessuno che non abbia voglia di criticare. Ma la sala, martedì sera, era piena. Forse perchè è pieno il mondo di esasperati in cerca di un pretesto per prodursi in ombrose manifestazioni di antagonismo e provocatorie contese capricciose nel tentativo di sfogare il proprio impeto frustrato nell'anomia del 99% della popolazione che dispone dell'1% delle richezze del mondo.


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